Dato che l'abitudine di scrivere, stronzate o papiri, e le due cose non si escludono a vicenda, non mi abbandona da anni, non è raro che m'imbatta in qualche mio scritto che probabilmente mi fa arrossire. Dico probabilmente perchè non ho mai fatto la prova dello specchio.
Ecco, pochi giorni fa ho trovato una frase che avevo scritto da bambina o poco più.
"Che differenza c'è mai tra amare una persona e illudersi d'amarla?"
Ora, credo che fosse quasi una giustificazione ai miei repentini cambi d'interesse dell'epoca, ma non doveva essere priva di una genuina curiosità.
Ad una certa età si sperimentano i primi prototipi dei sentimenti di cui si avrà una vita per discernere, tediando gl'incauti lettori di blog et similia, ed è parere condiviso che non siano così profondi come le parole usate per descriverli, roboanti in buona fede, vorrebbero far intendere. Materia grezza, ma non per questo insincera, destinata ad essere scolpita dal tempo e dalle esperienze; ma a cui continuare a rifarsi suonerebbe grottesco.
Ecco, la ragazzina che ero (e, direbbe qualcuno, ancora non sono più che tale) si sentiva sinceramente turbata da sentimenti certo grezzi, ma non poi così nuovi da non farle presumere di avere alle spalle un certo catalogo di simili. Catalogo ingigantito dalle pretese, dalla letteratura, dall'esagerazione; ma che non appariva, a quell'età, poi così inconsistente.
Quella ragazzina intuiva, un po' per sentito dire, un po' per un germoglio di coscienza, di avere a che fare con una parola che, nella sua bocca, quantomeno risultava incongrua. E pensava, forse, che un giorno potesse trovare dei canoni quanto più oggettivi per imbrigliare un sentimento che a cui anelava più dell'oggetto stesso su cui credeva di manifestarlo.
Ora, posto che ancora, in lei, "innamoramento" e "amore" erano creduti termini interscambiabili, una risposta sentirei di darle.
"C'è. C'è tutta la differenza del mondo, se non pare un'espressione abusata."
Ma ancora non saprei spiegare che differenza ci sia.
In fondo le manifestazioni più palesi non differiscono. Pensare sempre a qualcuno, sussultare al solo suono del suo nome, non saziarsi di parlarne eppure volerne tacere, ingannare sé stessi presumendo che i propri passi solo per caso, giuro, portino verso casa sua!
Della stessa materia, pressapoco, sono fatti i sogni.
Anche le parole utilizzate sono più o meno le stesse. Anzi, forse, nel secondo caso più accorate. Perché, in genere, già si conosce il rischio di chiamare qualcosa con un nome a cui non risponde.
In più c'è, forse, quel sottile filo di consapevolezza che non si riesce a comunicare.
Consapevolezza di cosa, non è dato saperlo. Ma c'è, ed è già un bel passo avanti.
In entrambi i casi, però, non credo si possa scindere il sentimento, vero o pensato, sempre nel caso non sia corrisposto, dal compiacimento.
Nel primo caso pago di sé. Nel secondo, anche, ma in maniera diversa.
Forse come contentino, forse come consapevolezza, e questa parola ritorna, del nutrirsi del proprio male, in una maniera che assieme danneggia e costruisce. In un circolo vizioso.
Detto questo, e non so a che pro, due osservazioni.
Una grande tradizione letteraria, siano pure nomi rispettati, anzichè esaltare certi sentimenti, li ha stereotipati.
Ha reso l'innamoramento amore, in un modo che, trasposto ai nostri tempi, non sarebbe immune dalle accuse di superficialità.
Però l'ha tramandato dannatamente bene.
Aveva poi ragione Max Gazzé. "Chi si innamora non deve dirlo a nessuno, nessuno."
Forse ci vuole anche più coraggio.
E se vi sembro oggi troppo sentimentale, prendetevela con Guaragnella.
Non ho chiamato io "Malinconie e Malattie d'Amore" il corso monografico dell'esame che darò tra non molto, ormai!

Di luoghi comuni, ci viviamo, ne respiriamo, li vomitiamo. Ne facciamo la base per cavillosi procedimenti retorici. I più fortunati, o più furbi, ci scrivono libri.
Particolari sono poi quei luoghi comuni che nascono come rovesciamenti di altri luoghi comuni, o di elementi reputati tali.
Interessante è, a questo proposito, il gradimento dei personaggi cosiddetti "cattivi".
Molte volte si reputa che essi costituiscano il lato meno scontato di una trama, quello meno abusato, quello a cui è più complesso sentirsi vicini. Affermando, implicitamente, la propria superiorità nel simpatizzare con ciò che non trova un largo gradimento.
In realtà mi sembra semplicemente l'altra faccia del favorire i personaggi "buoni"; ad essa strettamente connessa e non poi così lontana dall'atteggiamento che si depreca. Lo dice la parola stessa. "Anti-eroe". Dando luogo ad una schematizzazione un po' trita.
Alle volte i "cattivi" sono semplicemente i personaggi che altre circostanze nella trama hanno portato a definire così, senza che vi corrisponda invece una reale intenzionalità; o quei personaggi che una lunga tradizione ha insegnato a stigmatizzare.
In questo caso il discorso si fa più complesso e non me ne posso discostare. Ma il discernimento tra il modo in cui si è voluto presentare il personaggio e l'essenza del personaggio stesso è un'operazione che non sempre sta alla base delle motivazioni di gradimento. O, peggio ancora, di giudizio.
E a me interessa rovesciare a sua volta uno stereotipo rovesciato.
Il personaggio cosiddetto "buono".
Che sia un eroe senza macchia e senza paura lo aliena dalle mie simpatie. Ma, come ho già detto, le semplificazioni in genere non incontrano il mio favore. E' troppo facile, certo, delineare un personaggio sempre consapevole di come muoversi, volto alla realizzazione di un concetto di bene di provenienza a volte ingiustificata. Facile anche schierarcisi. Facile come schierarsi con il "cattivo". Il rischio delle posizioni polari è quello di perdere di vista la componente psicologica, umana, rendendo il personaggio un mero modo di rappresentare una forte posizione ideale. E spesso astratta.
Ma il "buono" che mette in dubbio le ragioni del suo operare, pur corretto? Il "buono" talvolta tentato da implicazioni che collidono con il suo personaggio, ma insite nella sua persona? Il "buono" che incontra lo scherno di coloro che si reputano più intelligenti, forti della propria furbizia? Il "buono" che sa difendere le proprie posizioni con argomentazioni talvolta di un'umanità semplice e modesta?
Ed ecco che interviene a sconvolgere il proprio status di personaggio per diventare persona. Persona di carta e pellicola, talvolta; ma i criteri di categorizzazione letteraria non di rado sono riprodotti nella realtà.
Sopratutto in un contesto in cui la trasgressione smette di essere infrazione per diventare norma.
Il non-eroe si fa beffe dell'eroe e dell'anti-eroe.
A volte col dubbio di dover imparare qualcosa da ognuno di loro.
E' il dubbio la sua cifra. Ed è il dubbio che egli odia ed ama.

L'ho ripetuto fino alla nausea oggi, ma è appunto la nausea che mi fa parlare.
Io ho paura di un Paese votato al culto della personalità e all'ignoranza delle idee.
Idee, non ideologie. Quelle dimostrano facilmente i propri limiti pratici e il proprio rischio di unidirezionalità.
Senza contare che non è con l'indisposizione a riconsiderare le contraddizioni di ciò in cui, pur, si crede, che si può davvero portare al progresso di di una comunità più o meno estesa. Lì si rientra nel campo delle speculazioni teoriche.
Teoria, dal greco theaomai, guardo.
E l'osservare può essere solo il punto d'inizio. Poichè un po' tutti siamo a conoscenza del marcio; eppure ci siamo così assuefatti che nemmeno ci disturba più. E' lo stato delle cose.
Qualcuno governa, qualcuno si lamenta, qualcuno si lamenta di chi si lamenta, qualcun altro pretende di trovare una spiegazione (o, più spesso, accusa) appellandosi al rosso o al nero. Tutto così nella norma che sarebbe soprendente se uno di questi meccanismi venisse meno.
"Forse meglio l'illusione che dall'altra parte qualcuno avrebbe potuto cambiare, piuttosto che sentirsi traditi anche da coloro in cui si è creduto?"
Così scrivevo ieri nel mio diario, in un momento di rabbia priva di sorpresa.
Eh, no. Sono caduta anch'io per un momento nella cecità del gioco delle parti. Ma è stata la mia sfiducia a farmi parlare.
Ma perchè, mi diceva N., dobbiamo partire dal presupposto che "tanto va così"?
Sono anni in cui preparare il terreno. Anni in cui sviluppare i punti su cui controbattere. Non per la polemica sterile, ma per una confutazione più scientifica di argomenti trattati con piglio tanto generalista.
E, se possibile, trovare una soluzione.
Vorrei tanto credere di poter non trovare molto su cui contrabattere. Ma mi sento ingenua.
In tanti dicono di voler emigrare.
Ma in quanti poi lo faranno? Una fuga sottotono che rappresenta una sconfitta.
Come dire "avete vinto voi", a chiunque si senta arrivato dopo un lungo weekend.
Chiunque.
E segnare la sconfitta con le proprie mani non è condannarsi alla sconfitta?
Oggi succede in Italia. Domani?
Non si può scappare per sempre e da dovunque.
Vorrei tanto sapere cosa si può fare per far sì che il dissenso non rimanga a parole.
On air: La favola di Adamo ed Eva - Max Gazzè
Edit: A. scrive: In Austria i giornali titolano "il Padrino è tornato,una vita tra mafia,miliardi e scandali."
Vorrei tanto poter sentirmi degna dell'Europa.


A volte mi chiedo se fissare il proprio ottimismo su carta non sia in realtà un modo per autoconvincersi di ciò che si scrive.
E sopratutto, se non porti sfiga!

Sarà che la primavera che oggi ha riprovato, timidamentente, ad affacciarsi.
Sarà che la serenità altrui è contagiosa.
Sarà che il mio senso del romanzesco si acuisce sempre più.
Ma mentre ero sotto la doccia mi è affiorato alla mente un pensiero semplice, netto e lineare.
Ho voglia d'innamorarmi senza ombre. Un sentimento pulito, che non abbia nulla di cui vergognarsi.
Ma che al tempo stesso sia ritroso. Qualcosa che, se vien detto, non è dalle parole.
E' strano che lo scriva. Sopratutto qui. Ma di pari passo con questo pensiero, me ne son venuti degli altri.
Per troppo tempo ho voluto dare una certa immagine, limandomi costantemente, rimuginando sulla maniera migliore di dir qualcosa.
E ci ho perso in spontaneità, autenticità. Anche in serenità. Perennemente ansiosa di perfezionare ciò che sembravo, non mi rendevo conto di compromettere ciò che ero realmente. Col risultato di non venire compresa, o di aumentare la mia già sensibile lunaticità.
Ho riletto anche delle pagine non poi così remote. Così tese allo sforzo di comunicare qualcosa d'intelligente in maniera impeccabile, a volte le mie parole risultavano forzate. Sebbene non lo fossero. Paradossalmente erano autentiche. Autentiche nel riflettere quel groviglio di scatti e inibizioni che mi portavo dentro. Certo, non s'è sciolto. Ma con pazienza ne sto cercando il capo.
E torniamo al punto di partenza. Non ho detto di aver voglia di una storia. Certo, essere ricambiata non lo disdegnerei. Ma ciò che cerco, o meglio attendo, è un sentimento in primo luogo mio. Che non mi prosciughi ma mi costringa a tirar fuori i miei lati migliori. Senza alibi e pigrizie.
Forse è puro egoismo, non lo escludo. Ma non credo di far male a nessuno. Nemmeno a me stessa; sono consapevole di quante illusioni lastrichino queste strade.
Certo, con le delusioni ci ho avuto a che fare. It's just a simple fact of life, it can happen to anyone. Ma non ho mai pensato che non ne valesse la pena. Mai. Ed è questo che mi dà fiducia.
Forse questa voglia non si concretizzerà. So che non mi accontenterei di un pallido affetto.
Molto tempo fa, parlando con una persona, concordai con lei sul fatto che rimpiangessi occasioni perdute. Perdute perchè? Per non averle sapute riconoscere. A causa di quella tradizione che accompagna l'innamoramento ad emozioni violente, viscerali. Le cosiddette farfalle nello stomaco, per farla breve.
Ora la penso all'opposto. Farà soffrire di più, ma è esattamente quella sensazione che inseguo. Se non c'è già all'inizio, non è tutto sempre più destinato ad ingrigirsi?
Ed io non voglio spegnermi. Ho voglia d'innamorarmi, ma non solo.
In questi giorni di assuefazione a Norwegian Wood, ho sentito sempre più vicina Midori. Un meraviglioso personaggio positivo. Ma privo d'ingenuità o di ottusità. Caparbio, questo sì.
Voglio realizzarmi in ciò che m'appassiona. Voglio imparare a non sprecare le mie potenzialità.
Anzi, tutto ciò viene prima. Perchè non voglio certo che una qualunque persona sia la mia più bella cosa mai successa.
On air: Bianca - Afterhours

E' da un po' che non scatto fotografie. L'intenzione c'è, il narcisismo anche.
Ma poi la macchina rimane sepolta in borsa.
Forse è che voglio evitare di consacrare templi della memoria.
Cristallizzando espressioni da imitare.
Is it getting better?
Or do you feel the same?
Nemmeno saprei dirlo. Né picchi né abissi. Mediocrità, tanto temuta? O un periodo d'assestamento?
A ben pensarci però ricordo a stento di periodi che non abbia mai definito tali.
Salvo scoprirci un singolare equilibrio poi.
Potrebbe essere anche così.
Did I disappoint you?
Or leave a bad taste in your mouth?
Domande inutili. A cosa serve fare il conto delle assenze?
E a chiedersi perchè, se si è in un certo modo?
Si rischierebbe di addossarsi ogni responsabilità.
In un'autocritica apparente che non costruisce.
Too late
Tonight
To drag the past out into the light
Già, non ne scriverei sennò. Cercandone l'odore, sempre più lontano, in abiti ormai smessi o accantonati.
In attesa che si di nuovo primavera. Invece di quest'assurdo metereologico, una sorta di non-luogo.
Ricordi ciclici, come ritornano i mesi dell'anno, inevitabili confronti.
Tutto il resto così diverso.
Ma sempre a fare il punto della situazione davanti ad un foglio bianco.
Cercando di esorcizzare il motivo che fa muovere le dita.
Did I ask too much?
More than a lot
Sì, troppe pretese. Frenesia e prudenza alternate malamente.
One life
But we're not the same
Non è niente, è solo nostalgia.
Marzo fa le bizze, io forse di più.
On air: One - U2

A volte la contraddizione tra "detto" e "fatto" è così palese da apparire ostentata.
A chi è fuori ad osservare.
Allora io mi chiedo.
Se coscientemente reputiamo la parola una sostituta dell'azione. Quasi una garanzia che ci sollevi da responsabilità ulteriori.
O se nel momento in cui portiamo alla luce qualcosa, sotto forma di parola, smettiamo di curarci di ciò che viene prima e che ne è alla base. Inconsapevolmente. Con un vago sentore d'inespresso, per i più sensibili. O problematici.
Senza ripensamenti aggiuntivi, per gli altri.
On air (ossessivamente): Cara Valentina - Max Gazzé

La grande limitazione delle persone tanto razionali è che programmino anche i propri momenti di irrazionalità; questi vengon fuori dunque in maniera così forzata e innaturale che disapprovarli è la cosa più immediata da fare.
Danno però avvio ad un circolo vizioso; più tali momenti producono danni, più il soggetto si irrigidisce, più sente il peso della lucidità, più pensa che dovrebbe permettersi un momento di istintività. E individua il momento più sbagliato per concederselo.

Ci si rende conto che l'innocenza è ormai svanita quando si sperimenta che proprio le persone che si reputavano immuni da errori sbagliano; più e come delle altre. Certo, è da quando si ha l'età della ragione che si riconosce l'umana condizione dell'errare; ma è una verità, pur scontata, che non riesce ad allinearsi con ciò che non sia razionale.
Si realizza di aver perso per sempre l'innocenza quando gli ideali non appaiono che parole vuote; e si rivedono le proprie posizioni a priori, scoprendo la necessità dei casi particolari.

Un fuoco invernale, le mani protese a ghermire un po' di calore, gli occhi rilucenti delle fiamme. E che assieme lacrimano, ambigue, per il fumo. E per le speranze accese.
Pizzica il naso e gli occhi di chi osa, spogliare della scorza un mandarino. Anche così nudo, trattiene per sé la sua dignità. Un tradimento agre nel figurarselo dolce.
Il profumo di una rosa oltre i rovi. Che dal mondo la celano, che le celano il mondo. E' lì da sempre, e da sempre è lì in boccio; una promessa a labbra dischiuse, una lieve impronta nella coltre di neve di cui ci si stupisce appena destati. Anche se l'età dell'innocenza è sfumata da troppo.
Un letto ad accogliere lo sfiorire di giornate di lenti stillicidi, come il caffè diluito con l'acqua. Ed un puntuto sassolino, acuto nel frapporsi tra il sonno e la veglia.
Le luci di una grande città alla sera, colori stemperati l'uno nell'altro, in una tavolozza sfocata da una lacrima incerta.
E quante immagini lasciamo abortire ogni giorno, non soffermandoci sul loro potere di evocare, se in una parola, in una sola, è sottinteso tutto questo.

Fanno tossire le parole non dette, di quella tosse cattiva e rugginosa che non è mai una liberazione vera.
Come la foglia d'insalata incastrata sui denti, si fanno intravedere a seconda dell'ampiezza di un sorriso. Sincero o tirato che sia.
Ma la lingua non riesce a tirarle via. Così inopportune, nel posto sbagliato.
O al momento sbagliato.
Un sospiro sul clic della linea che s'interrompe.
Una mezza frase sovrastata dal rumore del treno che se ne va.
Parole dolci o parole aspre. Sempre il contrario di ciò che si dice poi effettivamente. Aborti di sincerità.
Ma anche con gli occhi si può mentire. Luogo comune quello che li vede limpidi e sinceri, in ogni occasione.
Bisogna però saperli allenare.
La menzogna non è arte da poco.
Intere storie di parole mute. Veli immensi di frasi taciute.
La domanda vera? Perchè le si ometta.
Non vanno giù, il tempo le fa solo sedimentare sul fondo.
Ce lo raccontiamo da anni. Ma l'errore ci è troppo familiare.
Troppo rischioso incappare nella fantomatica cosa giusta.

Non ha torto il vecchio adagio che afferma che si sia attratti spesso - in ogni tipologia di rapporto umano - dalle persone più aride e inaffidabili.
Niente spazi per il vittimismo, sporadicamente mi è capitato anche di essere dall'altra parte.
Ma sarebbe interessante capire perchè avvenga.
Innanzi tutto, ci vuole un gran talento per guadagnarsi la fama degli stronzi. Il mondo è fin troppo saturo di finti cinici senza talento, pallidi tentativi di comprarsi un'aura interessante. Nondimeno, la sgarbatezza senza eguali è rozza e poco accattivante.
Stronzi ci si nasce, o pressappoco. Ci si può anche costruire tali, ma si devono rispettare i tempi. E' dura scrollarsi di dosso la fama di buon samaritano.
Gli stronzi duri e puri non fingono, si chiamerebbero in tal caso dissimulatori. Loro, sono oltre la finzione. Ordiscono le loro trame così bene al punto che loro stessi non le saprebbero districare, ma non se preoccupano; è a tal punto compito di chi a loro si avvicina. Non godono poi tanto a vedere la mosca dibattersi nella ragnatela, ma non riescono a farsene toccare. E con costante meraviglia si allontanano quando si vedono troppo accerchiati.
Non hanno in mente di usare chicchessia.
Ma lo fanno.
Sono maledettamente attraenti nella fluidità delle loro azioni. La loro fama li precede, eppure non li danneggia. Costituiscono una sfida persa in partenza, per i patetici paladini dell' "io ti salverò". Questi ultimi continuano a scivolare su pendii troppo scoscesi, senza un lamento con chi di dovere. In compenso, tutti gli altri sanno fin troppo bene cosa li affligga; d'altronde, avere a che fare con uno stronzo offre una legittimazione illimitata a lagnarsi più o meno gratuitamente.
E di guadagnarsi compassione e una forma di malata ammirazione per un morboso masochismo.
D'altronde, troppo prevedibili sono i cosiddetti "buoni". A cosa vale avere a disposizione qualcuno che per l'altro si getterebbe nel fuoco? Se c'è la possibilità di toccare in prima persona la viva fiamma?
Indossare le proprie cicatrici come trofei.
Per avere qualcosa da raccontare.
Per illudersi di essere stronzi in miniatura, snobbando i buoni samaritani.
Voltando le spalle a quello che si potrebbe quasi sicuramente avere, in nome di ciò di cui si potrà, eventualmente, godere poco e male. Lasciarsi sorprendere da ciò che può, contro ogni previsione, andar bene.
E chiudendo gli occhi davanti alla traccia che non si è riusciti a lasciare.

Si dice che non sia possibile estromettere persone varie dalla nostra vita senza ripercussioni, rimpianti, rimorsi o quant'altro.
Stronzate.
E' sempre e interamente questione di volontà. Estrometterle a malincuore, per timore di bruciarsi, per cause di forza maggiore, o per ripicca, quello sì che è difficile. Una questione di "potrei ma non voglio". Pur continuando a perderci in orgoglio, dignità personale e salute, le grandiose intelligenze che abitano la nostra scatola cranica continuano a far convergere lì i loro pensieri, allestendo davvero male una presunta casualità della cosa. Sì, vogliamo soffrire. Vogliamo sentirci pallidi eroi tragici e possibilmente tisici, abitati da ingranaggi rugginosi il cui stridio ci strugge e ci appaga al tempo stesso. Ma continuiamo ad oliarli, ad illuderci che un giorno gracidino meno del giorno prima. Ci nutriamo anche dell'odio, mai genuino, che riusciamo a provare per quelle persone. Perchè siamo noi le vittime, noi quelli da compatire, noi quelli che avrebbero meritato di più. Ma in realtà, odiamo l'idea che queste persone si siano allontanate da noi. Detestiamo lo spazio che hanno interposto tra noi e loro. Non riusciamo mai a centrare la loro persona con una freccia intinta di fiele. Benché ci illudiamo di desiderarlo. Scaglie di volontà fragile si oppongono a quella mastodontica. Perdenti. Benchè sia difficile ammetterlo.
Diverso è il momento in cui si decide di tagliarle via. Indipendentemente da altro. Perchè è sempre la volontà maledetta che preme contro le pareti della noia.
No, non estirparle. Tagliarle, rimuoverle. Al massimo lasciano qualche sfilacciatura, qualche alone. Non importa. Si rammenda, si pulisce. Convinti di essere nel giusto.
E forse lo si è davvero. L'uomo non vive forse per realizzare sé stesso?
E non esistono canzoni, luoghi, letture che a queste persone ci riconducano. Anch'esse epurate istantaneamente della persona che si presumeva ad esse legata. Altro giro, altra corsa. Sulla giostra ci salirà qualcun altro. Finchè non avrà esaurito il suo tempo. I cicli non sono poi così lunghi. Nel momento in cui quella persona non costituirà più una stimolante novità, ecco che puzzerà dell'odore stantio dell'abitudine.
Non esiste rimorso. "Quella persona chi?" La memoria è ruffiana. Arriva a distorcere ogni sentimento. A resettare ricordi che in un impeto di avventatezza si erano custoditi come preziosi. Cartelle vuote di giorni imprecisi e freddi.

Strani giorni, in cui il sangue delle tue dita screpolate dal freddo della sera ti sembrano ferite di battaglia, in cui fidarti di qualcuno è una scelta ad esclusione, giorni in cui non riesci nemmeno più a scorgere sotto la cancellatura il nome di chi non è più parte della tua vita. Giorni in cui capisci che anche chi ha giocato a fare la rivoluzione è forse più conservatore di te, giorni in cui hai accompagnato le illusioni al molo e loro nemmeno hanno agitato il fazzoletto dal pontile della nave, ingrate. Giorni in cui lo stesso pensiero ispira prospettive diverse e speculari, ma preferisci una tiepida e dolciastra ambiguità al sapore secco di una parola certa. Giorni strani, in cui sei costretto ad ammettere che sì, qualche volta ti sei sbagliato, in cui fai i conti con le ambiguità altrui e non sempre ne esci senza macchia come ti sei finora raccontato. Giorni in cui le ingiustizie sociali, i bambini che muoiono di fame e la guerra eccetera, ma storci il naso davanti al tuo piatto di pasta o agli avanzi in frigo. Strani giorni in cui non sei sicuro se piangere o ridere e rimani così, non hai finito di decidere se è la lacrima a bagnare il sorriso o il sorriso ad aprirsi uno spiraglio tra le lacrime. Giorni che non ricorderai. Ma di cui, forse, ritroverai il sapore sulla punta della lingua.

« Antonella, classe '88. Dimostro sempre meno anni di quanti ne abbia, mi mangio le unghie e ancora arrossisco. Non sono troppo brillante e le lingue che studio non generano poi troppa ammirazione. Faccio spesso cadere i libri che ho in mano, non ho memoria per le date e spesso non saluto chi incontro perché ho la testa altrove. Non so suonare uno strumento, non ho una bella voce e non so nemmeno ballare. Bene, ora possiamo passare ai pregi...»